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Outdoor Impact Summit, dall’ecodesign alla repairability: la sostenibilità entra nel cuore del prodotto

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“No Excuses”. È il messaggio che ha attraversato l’edizione 2026 dell’Outdoor Impact Summit, il forum internazionale dedicato a sostenibilità e innovazione responsabile che ha inaugurato a Riva del Garda la European Outdoor Week. Organizzato da European Outdoor Group insieme a MagNet, il Summit ha messo al centro una riflessione sempre più concreta: la sostenibilità non può più essere solo storytelling, ma deve tradursi in scelte industriali misurabili lungo tutta la filiera.

Tra i temi più discussi, il passaggio dall’ESG “dichiarato” all’ESG governato e integrato nei processi aziendali. Nel suo intervento, Enrico Giovannini – co-fondatore e direttore scientifico ASviS ed ex Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili nel Governo Draghi,  ha evidenziato come sostenibilità e performance economica siano ormai strettamente collegate: le aziende con strategie ESG strutturate mostrano maggiore resilienza, capacità di attrarre capitali e crescita superiore nel medio periodo.

Mi hanno colpito soprattutto i dati a supporto del principio “sostenibilità = crescita”, ha commentato Marco Guazzoni, Sustainability Manager di Vibram e referente del Tavolo di lavoro sulla sostenibilità di Assosport. “Le aziende che investono in sostenibilità registrano una crescita media del +16%, contro il +5% degli investimenti medi; quelle con alto rating ESG hanno visto crescita ed EBIT fino al +65% nel periodo 2017–2024. Al contrario, chi non investe registra stagnazione o declino”.

Di grande interesse anche il focus dedicato all’economia circolare e all’ecodesign. Diverse sessioni hanno evidenziato come la progettazione del prodotto stia evolvendo secondo logiche “from cradle to cradle”, considerando fin dall’inizio materiali, processi, fine vita e possibilità di riutilizzo. Tra le strategie emerse: riduzione del peso dei materiali, modularità, compatibilità tra componenti, servizi di manutenzione e riparazione, utilizzo di mono-materiali e recupero dei prodotti da parte del produttore.

Particolarmente significativo il caso di Decathlon, che ha illustrato il proprio approccio alla “repairability by design”. Forte dell’esperienza maturata su oltre 100mila riparazioni, l’azienda ha spiegato come molte scelte progettuali – incollaggi, costruzioni bonded o componenti non accessibili – rendano difficile o impossibile la riparazione. Da qui la scelta di integrare la riparabilità direttamente nello sviluppo prodotto attraverso modularità, componenti standardizzati, disponibilità di ricambi e un Repairability Index inserito nel più ampio Circularity Index aziendale.

Un altro tema chiave ha riguardato la durabilità dei prodotti outdoor. Dal Summit è emersa la difficoltà di definire metriche condivise: la durabilità resta infatti un concetto multidimensionale – fisico, funzionale ed emozionale – ancora difficile da standardizzare nei KPI ESG. Per questo molte aziende stanno spostando l’attenzione sulla “robustness”, più facilmente misurabile tramite test e performance sotto stress, pur con il rischio di semplificare il reale concetto di durata nel tempo.

Sul fronte sociale, spazio anche all’esperienza di Tecnica Group: l’intervento di Arianna Colombari ha evidenziato come inclusione e diversità rappresentino oggi una leva concreta di innovazione e competitività. Il messaggio emerso è che team più eterogenei permettono alle aziende outdoor di comprendere meglio mercati globali sempre più diversificati e in rapida evoluzione.

Dal Summit arriva quindi una direzione chiara per il settore: sostenibilità, circolarità e inclusione non sono più elementi accessori, ma fattori industriali destinati a incidere direttamente su progettazione, governance e competitività futura delle imprese outdoor.

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