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STAMPA


COMUNICATO STAMPA
02/03/2006 SPORTSYSTEM: I DAZI E LE LIMITAZIONI ALLE IMPORTAZIONI SONO UN ESPEDIENTE TEMPORANEO PER LA DIFESA DEL MADE IN ITALY Lotta alla contraffazione e etichettatura obbligatoria sono dei temi che vedono le aziende dello Sportsystem italiano in continua allerta, se non allarme. Di seguito riportiamo i risultati e le considerazioni raccolti da Assosport tramite un questionario sottoposto ad oltre 150 aziende italiane, oltre la metà delle quali membro dell’Associazione Nazionale fra i Produttori di Articoli Sportivi (Assosport). Il questionario è stato somministrato in occasione dell’Ispo di Monaco, la più importante fiera di settore a livello internazionale, che si è conclusa la scorsa settimana con ottimi riscontri da parte degli operatori sia in termini di quantità che di qualità delle visite.

Innanzitutto gli imprenditori sono convinti che il proprio Governo sia l’ente che si deve occupare di difendere gi interessi della categoria (57%), solo il 36% crede nei risultati della Comunità Europea, un 7% fornisce indicazioni differenti. L’attività dell’Esecutivo non trova però soddisfazione: infatti solo il 14% giudica sufficiente la pressione della Maggioranza sulle Istituzioni Europee volta a risolvere i problemi del comparto. Le norme Nazionali poi, per il 53% darebbero dei risultati positivi nella lotta alla contraffazione, contro il 47% che non vede una riduzione nella diffusione dei falsi.

Una delle leggi italiane che viene apprezzata e che con tutta probabilità verrà adottata anche dalla UE è quella sull’etichettatura obbligatoria (indicazione del Paese d’origine se situato al dì fuori della UE). Per il 59% degli interpellati questo si traduce in un vantaggio per le aziende italiane, il 18% crede che non porti dei cambiamenti per la facilità con la quale i prodotti possono essere falsificati, infine il 15% lo considera negativo perché colpisce le merci delle aziende italiane prodotte all’estero. In questo modo poi, oltre il 50% ritiene che le calzature e l’abbigliamento non potrebbero più fregiarsi del “Made in Italy” (sono i prodotti che maggiormente vedono la produzione fuori dai confini UE).

Un dato significativo e contraddittorio è quello riguardo la definizione di “Made in Italy”: oltre il 54% associa questa definizione solamente ai beni interamente realizzati in Italia, il 15% a quelli prodotti da aziende italiane ma con sede all’estero, il 13% alle merci assemblate in Italia con componenti realizzate all’estero, il 12% lo considera il valore aggiunto del prodotto in Italia.

L’etichettatura (che consente la conoscenza dell’esatta provenienza del capo) per il 66% spingerà il consumatore a scegliere il prodotto in base alla provenienza e quindi garanzia di qualità, il restante 34% ritiene che sia il costo a guidare l’acquisto.

Le ultime indicazioni riguardano gli strumenti di difesa su cui la UE dovrebbe insistere: il 37% allargherebbe l’etichettatura anche per i prodotti di origine di Paesi Comunitari, il 30% vorrebbe dei limiti alle importazioni, il 26% i dazi e il 9% dà indicazioni generiche. Nello specifico, i dazi contro la concorrenza a basso costo della Cina sono visti come un espediente temporaneo dal 54% degli intervistati, di contro il 24% li vede sempre efficaci mentre il 22% li ritiene dannosi perché inducono la Cina a fare altrettanto con nostri prodotti. Infine, anche i limiti alle importazioni sono visti come un espediente temporaneo (56%), il 27% li considera sempre efficaci e il 17% teme lo stesso provvedimento in direzione contraria da parte della Cina.





 



 

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