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COMUNICATO STAMPA
11/14/2017 LE AZIENDE DELLO SPORTSYSTEM PUNTANO ALL’INTERNAZIONALIZZAZIONE Nel 2018 si prevede che il 78,8% della produzione della calzatura sportiva sarÓ finalizzata all’export (contro il 75,6 del 2016) e il 78,9 della produzione dell’attrezzo sportivo (78,1 nel 2016) – dati Cerved.

L’internazionalizzazione è la chiave per crescere: questo è il dato certo emerso ieri dal convegno promosso da Assosport in collaborazione con Across Consulting “Internazionalizzazione: misuriamo i rischi commerciali, finanziari e del capitale umano”. Obiettivo capire l’andamento dei mercati e studiare possibili rischi.

“Tutti parlano di internazionalizzazione – spiega il Presidente di Assosport Luca Businaro – ma lo sportsystem è uno dei settori che effettivamente sta investendo moltissimo in questa direzione. La scelta dei Paesi verso i quali aprire un business è data da molteplici elementi: come associazione confindustriale abbiamo voluto presentare alle nostre aziende un quadro a 360° per creare una consapevolezza sui rischi ma anche sulle opportunità ancora da cogliere nell’aprire nuove trattative commerciali”.

I rischi sono molteplici, come illustrato da Sace-Simest e Cerved Group: da quello politico a quello economico, dal rischio di cambio al rischio di trasferimento.

Ad oggi un mercato come quello delle calzature sportive investe il 70% in Paesi a basso rischio (Francia, Germania, USA, Regno Unito, Spagna…), solo il 6% in Paesi con maggior rischio (Turchia, Romania, etc). Esistono però delle zone “under performance” su cui potrebbe essere interessante fare un’analisi commerciale, Messico, India e Cile in primis.

Per le aziende che intendono esportare inoltre, è essenziale valutare al meglio anche la strategia di vendita online.

“L’e-commerce ha registrato una crescita del 17% rispetto al 2016 raggiungendo un valore assoluto di 23,6 milioni di euro (fonte Osservatorio E-Commerce B2C) - ha dichiarato Giacinto Tommasini dello Studio Tommasini&Martinelli. In Italia sono 22 milioni i consumatori che acquistano online almeno 1 volta all’anno (+10% vs 2016), 16,2 milioni i webshoppers, che effettuano acquisiti su base mensile”.

Tuttavia il 59% delle aziende intervistate per l’E-commerce barometer ha dichiarato di trovare difficile vendere all’estero online principalmente per 3 motivi: regolamentazione del mercato, aspetti fiscali che lo connaturano, logistica. Il risultato è che solamente il 12% degli acquisti online europei sono stati fatti al di fuori del mercato nazionale.

Altro punto delicato è quello del capitale umano: come ha spiegato Paolo Gubitta (Università di Padova e CUOA Business School) “non basta gestire i trasferimenti temporanei dei collaboratori all’estero. Ci sono due elementi critici. Il primo è pensare anche a chi (partner e figli) segue il collaboratore, supportandoli nell’inserimento sociale o professionale: non tutte le imprese sanno amministrare questi aspetti. Il secondo è gestire il rientro dall’estero: capita spesso, infatti, che il confronto tra standard di vita offerti per andare all’estero e quelli proposti al rientro si traduca in una sorta di disaffezione quando si torna in patria, che può portare a lasciare l’azienda. Come se ne esce? Una soluzione è imparare a gestire i rientri. L’altra è investire di più sul personale del luogo, magari con brevi periodi di lavoro nella casa madre in Italia per poi ritornare nel Paese di origine”.

Un altro tema toccato dal prof. Gubitta è stato l’employer branding: “È una strategia fondamentale anche per l’internazionalizzazione, perché vuol dire costruire consapevolmente l’immagine con cui l’impresa si propone sul mercato del lavoro e attira i collaboratori: le persone talentuose non lavorano solo per denaro! Ricordiamocelo”.





 



 

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